Georg Elser, l’uomo che cercò di uccidere Hitler

George Elser (Hermaringen, 4 gennaio 1903 – Dachau, 9 aprile 1945)

I due doganieri appostati davanti a una delle finestre del collegio Wessenberg a Costanza ascoltavano alla radio con attenzione il discorso del ‘Führer’ da Monaco. Era l’anniversario del ‘Putsch’ del 8 novembre 1923 nel quale erano morti sedici vecchi camerati di Hitler. E come ogni anno il dittatore parlava davanti ai vecchi camerati di quella prima battaglia e ad alcuni dirigenti del partito nel famoso Bürgerbräukeller dove 16 anni prima era cominciato il suo primo, fallito, tentativo di prendere il potere in Germania. Ma questa volta il discorso fu più breve del solito e il ‘Führer’, invece di rimanere per festeggiare con i suoi camerati, se ne andò subito per raggiungere il treno che lo avrebbe riportato a Berlino. Lì lo aspettavano problemi ben più importanti: i suoi generali si erano opposti al suo piano di cominciare l’attacco su fronte occidentale in quei giorni e il 9 novembre ci doveva essere la decisione definitiva. Per le cattive condizioni meteorologiche non era stato possibile prendere l’aereo.
Ad un tratto i due doganieri videro un persona aggirarsi nel giardino del collegio ed avvicinarsi alla frontiera svizzera. Il doganiere Joseph Reitlinger – dopo aver dato un secco altolà – si portò verso la persona, che non oppose alcuna resistenza. L’uomo, di piccola statua e vestito in modo semplice, gli mostrò un lasciapassare scaduto da quattro anni e disse di essersi perso mentre cercava un conoscente. Reitlinger lo portò alla vicina dogana, dove durante la perquisizione vennero fuori degli strani oggetti dalle tasche del fermato: pezzi di orologeria, viti, un tubo metallico e una cartolina del Bürgerbräukeller. I funzionari non dettero nessuna attenzione a quella cartolina. Solo qualche ora dopo, quando arrivò la notizia che a Monaco c’era stato un attentato contro il ‘Führer’, cominciarono a pensare a un eventuale collegamento fra questo piccolo artigiano, magro e poco appariscente, e la bomba fatta esplodere nel Bürgerbräukeller alle ore 21,30 di quella stessa sera. Il giorno dopo Elser venne portato a Monaco nella sede della Gestapo, dove il 14 novembre, dopo interminabili interrogatori, confessò l’attentato. Ma chi era questo artigiano dall’aspetto così modesto, che tutto da solo aveva tentato quello che in tanti, anche dotati di molti più mezzi, credevano impossibile, cioè di eliminare il dittatore?

Georg Elser era nato il 4 gennaio del 1903 a Hermaringen, un piccolo borgo nel sud della Germania. Era il primo di quattro bambini e fin da piccolo dovette aiutare nella piccola fattoria dei genitori. A sedici anni cominciò un apprendistato da falegname. Prima aveva già fatto un anno di tornitore, ma il lavoro non gli era piaciuto. Come falegname, Georg si sentì per tutta la sua vita come un artista nel suo mestiere. Non lavorava mai solo per soldi, ma anche per il suo bisogno di creare piccoli pezzi d’arte. Dopo l’apprendistato di tre anni trovò un posto in una fabbrica di mobili. Però con un amico si lamentò della sua condizione: era il 1923, lo stato economico della giovane Repubblica di Weimar era disastrosa, l’inflazione aumentava di giorno in giorno e il giovane si era reso conto che per tante ore di lavoro il salario era diventato un’intollerabile miseria.
Negli anni successivi cambiò spesso lavoro, lasciò anche il suo paese e andò a Costanza a cercare un’occupazione. Ma anche lì non trovò niente che potesse soddisfare veramente la sua voglia di lavorare con creatività. Inoltre la situazione economica stava precipitando di nuovo: spesso le ditte presso le quali lavorava chiudevano. In quel periodo gli giunse una lettera di sua madre, che gli chiedeva di tornare a casa dove il padre, sempre ubriaco, stava rovinando la famiglia. E Georg, ubbidiente, tornò a casa, anche se inutilmente: poco tempo dopo dovettero vendere la fattoria e il giovane falegname si allontanò di nuovo dalla famiglia.
Georg Elser ritorna nel suo paese verso la fine del 1932 . Il 30 gennaio 1933 Hitler viene nominato Cancelliere dall’oramai troppo vecchio Presidente Hindenburg. A Königsbronn, il paese di Elser cambia poco per il momento. Anche per Georg continua la vita difficile di sempre, senza grandi cambiamenti. Cambia spesso lavoro, sia perché gli vengono tolti dalla paga gli alimenti per un figlio illegittimo a Konstanz, sia perché il lavoro sta diventando sempre più automatizzato: non conta più la bravura artigianale, alla quale Georg tiene tanto, bensì la quantità. La politica non l’interessa molto, non gli piace discuterne, ma si trova bene con gente con cui divide le stesse opinioni e con la quali si intende senza troppe parole. Così già dagli anni a Konstanz si è avvicinato a gruppi politici della sinistra. Però non partecipa mai attivamente al lavoro di questi gruppi, anche perché il suo pensiero politico non è frutto di ideologia, bensì dell’osservazione della situazione sociale. Egli, al contrario degli altri tedeschi, misura le promesse dei Nazionalsocialisti con la realtà, fa i suoi calcoli e nota la notevole diminuzione del guadagno reale negli anni della dittatura. Inoltre comincia nel 1938 a sentire il rischio di un’altra guerra mondiale.

Ma quale reale possibilità esiste di cambiare il governo e di evitare una nuova guerra? Georg giunge alla conclusione che bisogna eliminare il gruppo dirigente del partito, Hitler e i suoi amici. Solo così sarà possibile fermare la follia nazista. E dal momento che prende quella decisione, lavora con tenacia all’esecuzione del suo piano incredibile di uccidere egli, un piccolo artigiano della più sperduta campagna sveva, Hitler, il grande dittatore. Per prima cosa va a Monaco ad osservare da vicino le festività dell’8 novembre 1938 nel Bürgerbräukeller e nota che non esiste una sorveglianza speciale della sala. Di ritorno a Königsbronn si accinge al difficile lavoro di progettare un ordigno a tempo da nascondere nella colonna davanti la quale Hitler di solito faceva il suo discorso. Finalmente riesce nel intento usando una sveglia. Ma l’altro grande problema, trovare l’esplosivo, è un’ impresa quasi impossibile sotto la sorveglianza del sistema totalitario. Lo risolve cercandosi un lavoro in una cava, dove tutti i giorni vengono usate grandi quantità di esplosivo. Il 5 agosto 1939 finalmente tutto è pronto. Georg parte per Monaco dove comincia il lavoro più difficile e faticoso: scavare uno spazio abbastanza grande nella colonna per sistemarci l’ordigno.

Georg Elser ci lavora per più di due mesi, notte dopo notte, nel buio quasi totale illuminato solo da una piccola torcia, in ginocchio, sempre attento a non fare troppo rumore. Ha inventato un sistema per chiudere il pannello di legno della colonna durante il giorno. Così si fa chiudere dentro ogni sera e dopo la partenza degli ultimi camerieri continua il suo incredibile lavoro solitario.
Dopo mesi di lavoro finalmente il 5 novembre pone la bomba nella colonna. Il 7 novembre, dopo una breve visita da sua sorella a Stuttgart, ritorna nel Bürgerbräukeller per controllare il giusto funzionamento del congegno ad orologeria. Convintosi che tutto funziona perfettamente parte per Konstanz per passare illegalmente la frontiera con la Svizzera, dove viene fermato dal doganiere Joseph Reitlinger che più tardi verrà promosso per quel gesto.

Quando mezz’ora dopo la bomba esplode, Hitler ha già lasciato il Bürgerbräukeller per ritornare a Berlino e con lui tutti i quadri dirigenti del partito. Muoiono otto persone fra vecchi camerati, camerieri e spettatori e Hitler comincia a parlare della provvidenza. Per quanto riguarda i mandanti dell’attentato, la propaganda parla di un complotto dei servizi segreti inglesi.
Non poteva succedere di meglio in quel momento difficile per Hitler. L’attentato e la prova che i mandanti erano inglesi poteva dargli un ottima spinta propagandistica per l’attacco alle truppe alleate schierate ad ovest. Quello che assolutamente non serviva era un attentatore tedesco, in più semplice artigiano, che aveva ideato e eseguito tutto da solo. Perciò Georg Elser viene portato a Berlino nel centro della Gestapo per ulteriori interrogatori per tirargli fuori con tutti i mezzi i nomi dei suoi mandanti. Ma Elser continua a ripetere la sua storia e siccome non cede, viene mandato in un campo di concentramento in trattamento speciale. Non gli succede niente perché Hitler ha un piano, un progetto tipico della mente malata del dittatore: vuole organizzare un processo spettacolo a Londra, dopo che le sue truppe avranno occupato la Gran Bretagna. Siccome non ci arriverà mai, Georg Elser rimarrà fino al 1944 nel campo di concentramento di Sachsenhausen, da dove sarà trasferito nel campo di Dachau, vicino a Monaco. E li verrà ucciso il 9 aprile 1945, un mese prima della fine della guerra, per ordine personale del capo della SS Heinrich Himmler.

Fu solo per poco che il piano di Georg Elser fallì, solo per una manciata di minuti l’umile artigiano non riuscì a risparmiare al mondo gli orrori e i milioni di morti legati alla dittatura nazista. Georg Elser non fu un eroe, fu solo un uomo onesto che dopo una lunga riflessione aveva deciso di agire contro la dittatura da solo, senza alcuna organizzazione dietro di sé. Per questo non ha nulla di spettacolare, niente a che vedere con gli attentatori del ’44, alti ufficiali per lo più di origine nobiliare . Ed è per questo, forse, che è stato dimenticato: non solo non appare in nessun libro scolastico, ma persino in un grande volume di più di seicento pagine sulla resistenza a Hitler, pubblicato dall’agenzia tedesca federale di formazione politica, gli vengono dedicate appena quattro righe per costatare il fatto della sua uccisione nel 1945. Tanta poca attenzione si può forse spiegare: egli fu la prova vivente che anche una persona semplice e umile poteva fare qualcosa contro il regime nazista, senza grandi mezzi o una potente organizzazione dietro di sé. Una constatazione che urta la coscienza dei troppi che videro l’orrore e non seppero far altro che girare il capo dall’altra parte.

Anette Neises

Francobollo chiudibusta commemorativo emesso nel centario della sua nascita nel 2003 Sul francobollo è riportata la frase di Elser: “Ich hab den Krieg verhindern wolle” (Ho voluto fermare la guerra)

http://www.georg-elser.de

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Il comandante Rolando ha lasciato questo mondo

Nino De Marchi “Rolando” in divisa da sottufficiale di artiglieria alpina alla vigilia dell’8 settembre 1943

Nino De Marchi “Rolando”, Cansiglio 2015

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa notte intorno all’una è mancato Nino De Marchi, classe 1920. Sottotenente di artiglieria Alpina a Belluno, con l’otto settembre decise di partecipare alla resistenza nel Vittoriese e in Cansiglio in qualità di comandante partigiano nell’Alpago con il nome “Rolando”, prima della brigata Bixio e successivamente della F.Bandierafratelli bandiera. A lungo presidente dell’Anpi di Conegliano. È stato per lungo tempo presidente del CAI Conegliano e padre di Giuliano (grande accademico caduto nell’Antelao circa 10 anni fa). Lo ricordiamo con grande stima e affetto. Le nostre più sentite condoglianze alla figlia Daniela, alla nuora e nipoti.

Questa è la prefazione di Alessandro Casellato al libro “Partigiani in montagna”, che raccoglie un intervista a “Rolando”:

Rolando aveva poco più di vent’anni quando comparve la prima volta. Faceva vita selvatica, in mezzo ai monti e ai boschi, tra l’Alpago e il Cansiglio. Ma era un cavaliere, dall’animo nobile e dai puri ideali. Andò alla guerra per combattere uno straniero invasore. Ebbe compagni coraggiosi, che amò fraternamente, e avversari tenaci, verso i quali fu magnanimo. Superò prove terribili, inseguimenti, freddo e fame. Le stelle gli furono propizie: sopravvisse alla pallottola che lo trafisse, sfuggì al tradimento di chi credeva amico. Fu aiutato da donne forti come querce, che lo protessero e lo sfamarono, e da guerrieri venuti da lontano, parlanti lingue sconosciute, che gli insegnarono canzoni dolcissime. Vinse la guerra, poi tornò a casa. Sulla via del ritorno un uomo di malaugurio gli attraversò la strada e lo mandò all’ospedale. Da allora se ne persero le tracce.
La storia di Rolando me l’ha raccontata un vecchio signore che si chiama Nino De Marchi, che in quel tempo remoto gli fu vicino, molto vicino, e che sostiene di averlo incontrato ancora, tra altre montagne, in giro per il mondo.
Nino De Marchi è nato a Conegliano nel 1920. Il nonno, Giovanni, faceva l’orologiaio. All’inizio del ’900 i suoi tre figli aprirono una piccola fabbrica di biciclette, la Columbia; dopo la guerra le affiancarono un negozio di materiale elettrico. Nel ’37 il padre di Nino, Giuseppe, si mise in proprio con un magazzino all’ingrosso, sempre di cose elettriche. Nel frattempo aveva sposato Elide, che avendo perso il padre in età giovanile, fu cresciuta come una figlia da un professore di ginnastica e calligrafia che si era fatto un nome come disegnatore di carte geografiche. Elide aveva un grande amore per la montagna, al quale educò i suoi due figli sin da piccolissimi. Giuliano, il maggiore, era del ’18; aveva la passione degli aeroplani; frequentò l’Accademia Aeronautica di Caserta, divenne pilota e morì a 24 anni, in azione di guerra, nel cielo di Malta. Nino, invece, fece i suoi studi a Conegliano, poi al “Riccati” di Treviso, e infine all’istituto Enologico di Conegliano, con l’idea di iscriversi poi alla facoltà di Agraria per diventare ispettore forestale. Come studente universitario riuscì a rinviare la chiamata alle armi fino al ’42. Poi seguì il corso allievi ufficiali presso il Reggimento di Artiglieria alpina di Merano. L’8 settembre lo colse in una caserma di Belluno. Alla stagione partigiana ha dedicato un libro di “Memorie. 1943-1945”, scritto in vecchiaia (stampato in proprio nel 2001, ristampato l’anno dopo a Vittorio Veneto dal locale Istituto per la storia della Resistenza).
Dopo la guerra Nino si dedicherà allo studio, concludendo l’università, al lavoro, prendendo in mano l’azienda paterna, e alla famiglia. Della sua giovinezza avventurosa gli rimarrà il gusto di arrampicare; alle sue care montagne dedicherà un altro piccolo libro di fotografie e ricordi (stampato in proprio nel 2006). Oggi ha 86 anni(nel 2007 n.d.r.), vive da solo in una bella casa a Conegliano, circondata da una vigna e piena di vecchie cose. E’ da sempre iscritto all’Anpi, e orafa anche parte del Comitato direttivo dell’stituto per la storia della Resistenza di Treviso.

Nino De Marchi “Rolando” non voleva sentir parlare di “guerra civile” (e aveva pienamente ragione)

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“El Quico” Sabate e los “Bandoleros”, la guerriglia urbana libertaria in Spagna, 1945-1963

“El Quico” Francisco Sabate

La guerra civile spagnola non terminò il 1° aprile 1939. Vincitori e vinti erano almeno d’accordo su questo. Soltanto una propaganda ideologica intensa che si appoggiava su tutti i mezzi di comunicazione, cercando di mascherare la realtà, poteva imporre come un’evidenza una pace sociale che non esisteva affatto. Quando il regime franchista tappezzava le strade di manifesti proclamanti “25 anni di pace”, non erano in realtà passati che pochi mesi dalla caduta degli ultimi guerriglieri che avevano iniziato la lotta contro il franchismo nel 1936. Partendo da qui, è possibile dire che la guerriglia, rurale o urbana, dal 1939, non ha mai smesso di esistere in Spagna. Ricordiamo a proposito le lotte dei gruppi armati della Confederazione nazionale e le azioni del “Grupo Primero de Mayo” negli anni sessanta. Così come le lotte del MIL e del GARI negli anni settanta.

Gli uomini che l’animavano erano definiti “bandoleros”, assassini, rapinatori e ben altri epiteti mascheranti la realtà delle loro azioni. Epiteti inventati dai giornalisti che facevano parte dell’ingranaggio franchista. L’unica informazione diffusa allora era quella della cattura o della morte di un guerrigliero, spesso in circostanze misteriose (tentativo di evasione, resistenza, suicidio durante il suo arresto…). La storia della guerriglia è difficile da ricostruire. La maggioranza dei suoi protagonisti sono morti. La maggior parte degli uomini che parteciparono alla lotta armata libertaria furono eliminati fisicamente, durante gli scontri con la polizia o furono giustiziati. Coloro che sopravvisssero sfuggono ancora alla curiosita degli storici. I due libri di Antonio Tellez dedicati alla guerriglia urbana, a Sabaté e Facerias, i personaggi più importanti di questa storia, sono le sole storie orali su quest’epoca. Questi libri sono la testimonianza di un uomo che ha condiviso la vita dei guerriglieri e che fu loro amico. Da segnalare anche una nuova biografia di Pilar Eyre, che ha il grande merito di aver raccolto narrazioni di prima mano, degli amici, dei sopravvissuti, dei membri della famiglia di Sabaté, ma anche dei suoi nemici.

Bandoleros, maquis, resistenza, guerilleros, questi termini si confondono, sono rappresentativi di una parte della storia delle lotte radicali contro il potere franchista. Cronologicamente, bisogna distinguere diversi periodi:

1939 – 1944. Piccoli gruppi armati, isolati all’interno della penisola, nelle “sierras” (in Aragona, in Andalusia, in Catalogna e in Galizia soprattutto) continuano la lotta contro i fascisti.

Settembre 1944. Alla fine della seconda guerra mondiale, un’invasione massiccia di guerilleros ha luogo nelle valli spagnole di Aran e di Roncal. Molti di loro hanno fatto parte della resistenza in Francia. L’operazione si risolve con una sconfitta, i sopravvissuti sono obbligati a fuggire attraverso la Spagna o rientrano in Francia, tra di loro vi sono numerosi feriti. Molti guerilleros furono catturati.

Primavera 1945. Sviluppo della resistenza interna segnalata in diverse province.

“El quico” Sabate

1945 – 1946. La prima informazione relativa a un’azione propriamente anarchica data al 6 agosto 1945. Quel giorno, sei individui armati attaccano una succursale del “Banco de Vizcaya” a Barcellona. È la prima di una serie di azioni attribuite agli anarchici. È durante questo periodo che molti militanti libertari furono arrestati. Jaime Parés, detto “Abisino” morì a quest’epoca, il corpo crivellato dalle pallottole della polizia. Fu uno dei primi compagni di Sabaté. Nel 1946, quando la fine del fascismo e del nazismo in Europa permetteva di credere alla fine del suo alleato il franchismo, i gruppi anarchici riapparvero. Le loro azioni avevano una finalità chiaramente propagandistica, il loro obiettivo era di riorganizzare la CNT dall’interno, fornirle dei mezzi finanziari. Durante questo periodo, molti comitati nazionali o regionali della CNT si ricostituirono per essere dissolti nel giro di qualche mese. Molti membri di questi comitati furono imprigionati ed eliminati. Il gruppo capeggiato da Marcelino Massana conta al suo interno i fratelli Francisco detto “el Quico” e José Sabaté Facerias detto “Face” e Ramon Vila detto “Caraquemada“. Questi gruppi agiscono sotto la sigla MLE e sporadicamente vengono diffusi dei volantini firmati FIJL.

1947 – 1952. Declino della resistenza dovuto all’intensa repressione e all’abbandono della lotta armata da parte di importanti settori dell’opposizione spagnola, del PCE soprattutto.

1947-1950. È a partire dal maggio del 1947, che i gruppi anarchici sviluppano la loro attività più grande. Essi controllano le strade a breve distanza da Barcellona. Nel 1948, il gruppo di Faceria porta a termine due rapine e si impadronisce di alcune migliaia di pesetas in una fabbrica a Barcellona. Durante questo periodo, Ramon Villa “Caraquemada” interviene nei dintorni di Barcellona, gli si attribuiscono in questo periodo un attacco a mano armata e il collocamento di esplosivi in una fabbrica di carburi e contro l’impianto ad alta tensione di Figols-Vic. Nel 1949, riapparivano i gruppi di azione rurale, uno di essi è diretto da Massana. Si attribuiscono loro molti attacchi a mano armata. A Barcellona, i gruppi sono raggruppati in seno al MLR. In febbraio, luglio e ottobre, diverse azioni sono condotte da costoro contro le ferrovie catalane, contro fabbriche, trasportatori di valuta e gioiellerie.

Nel 1949, “el Quico” Sabaté agisce a Barcellona. In marzo, con suo fratello José e l’aragonese Wenceslao Gîmenez Orive, decidono l’eliminazione del sinistro commissario Eduardo Quintela, specializzato nella repressione degli anarchici, nemico mortale di Sabaté. L’azione ha luogo il 2 marzo, per un imprevisto, il colpo fallisce. Manuel Pinol e José Tella, delegati agli sport del “Fronte della gioventù”, due noti fascisti vengono uccisi al posto del commissario. Il 3 giugno del 1949, Francisco Denis “Català” moriva per aver assunto una capsula di cianuro, era stato arrestato a Gironela. La maggior parte dei gruppi erano ricorsi a lui per valicare i Pirenei, “Català” era il passatore dei delegati della CNT in esilio. Questo periodo costò al movimento libertario la sparizione di 29 dei suoi membri, 11 feriti e 57 arresti.

1950-1952. Durante questo periodo, la guerriglia non conobbe che sconfitte. Essi successero agli scacchi conosciuti alla fine del 1949. Carlos Cuevas e Cecilio Galdos del comitato nazionale della FAI, morirono in scontri armati. Manuel Sabaté, il più giovane dei fratelli Sabaté venne fucilato nel campo della Bota.

1952-1955. Delle basi della resistenza armata, soprattuttto localizzate in Catalogna ed in Aragona si sviluppano, esse sono composte da anarchici che fecero parte inizialmente della CNT. In un primo tempo la guerriglia presentava un carattere unitario, ciò non impedì agli anarchici dal parteciparvi. Il secondo periodo è nettamente libertario, esso comincia quando la lotta armata è abbandonata dalla maggior parte delle organizzazioni politiche. In Catalogna, gli elementi più attivi di questi gruppi erano: Marcelino Massana, José Luis Facerias, José Manuel e Francisco Sabaté, Ramon Vila. Qualche anno prima, in Aragona, gli animatori della guerriglia avevano per nome: Rufino Carrasco e “El Tuerto de Fuencarral“. La maggior parte di questi uomini avevano combattuto durante la rivoluzione spagnola nelle milizie della CNT-FAI. Nel marzo del 1956, Sabaté stabilisce dei contatti con Facerias, essi formano un nuovo gruppo. Si attribuisce loro l’attacco del “Banco central” e la morte di un ispettore. Il 22 dicembre di quell’anno, il gruppo si impadronisce di molte migliaia di pesetas dagli uffici dell’impresa “Cubiertas y tejados”. Dopo quest’azione, Sabaté ritorna in Francia dove resterà sino al 1959.

1955-1960. È durante la primavera del 1955 che Francisco Sabaté si decise ad agire di nuovo. Dopo un contatto con la CNT di Tolosa, fu escluso definitivamente dall’organizzazione confederale. La CNT era contro l’idea di creare dei gruppi armati sul territorio spagnolo. Davanti a questo rifiuto, “el Quico” fondò con qualche compagno i “Grupos anarco-sindicalitas” il cui organo era “El Combate”. Il 29 aprile, Sabaté è a Barcellona, entra in relazione con qualche compagno e semina nella città migliaia di esemplari di “El Combate” in occasione del 1° maggio. Il 28 settembre, approfittando del soggiorno di Franco a Barcellona, Sabaté è nella città, affitta un vecchio taxi a tetto aperto e spiega all’autista che va a distribuire della propaganda favorevole al regime. Il volantino redatto in catalano e in castigliano contiene il seguente testo: “Popolo antifascista. Sono già molti anni che sopporti Franco e i suoi sicari. Non basta criticare questo regime corrotto, di miserie e di terrore. Le parole sono parole. È necessaria l’azione. Abbasso la tirannia! Viva l’unione del popolo spagnolo! Movimento libertario di Spagna!”.

È durante questo periodo che sarà ucciso José Luis Facerias, vittima di un’imboscata tesa dalla polizia nel quartiere barcellonese di Verdún, il 30 agosto 1957. L’annuncio della sua morte, nei giornali spagnoli comporta alcune curiosità: José Luis Facerias godeva di una molto triste fama, essa fu il frutto dei suoi numerosi crimini. Univa allo stesso tempo una straordinaria abilità e una mancanza assoluta di scrupoli che lo spingevano a degli estremi di una ferocia inimmaginabile che egli pretendeva di giustificare per la sua condizione di difensore di una causa politica di cui era il perfetto rappresentante. Facerias morì all’età di 37 anni.

La fine di quest’epoca avrà luogo il 5 gennaio 1960 con l’ultima avventura del Quico. Sabaté riuscì a costituire un nuovo gruppo. Era formato da Antonio Miracle Guittard, 29 anni, Rogelio Madrigal Torres, 27 anni e Martin Ruiz Montoya, 20 anni. Senza alcun sostegno, essi adottano il nome di MURLE. L’ultimo a unirsi al gruppo sarà Francisco Conesa Alcaraz, 38 anni. I cinque decidono di recarsi in Spagna ad organizzare un nucleo di carattere politico-militare che deve diventare l’embrione di future unità armate. Essi attraversano la frontiera il 30 dicembre. Quello stesso giorno, la guardia civile è allertata e si concentra nella zona di passaggio. Il 3 gennaio, il gruppo è localizzato in una fattoria nel sud di Girona. Accerchiati dalla guardia civile, il gruppo non ha che una scelta: lo scontro. Conesa è ucciso, Sabaté ferito a una gamba. Nel momento in cui tentano di fuggire grazie all’oscurità, Miracle, Madrigal e Martin sono uccisi. Sabaté, dopo aver ucciso il tenente della guardia civile, si dirige verso la triplice cerchia di guardie che circondano la fattoria, ventre a terra sussurra: Non sparate, sono il tenente e così riesce a dileguarsi nella notte. Sabaté riesce a giungere sino alla ferrovia, vicino a Fornells. Sale sulla locomotiva di un treno e minaccia il macchimista e il meccanico con la sua arma e ordina loro di dirigersi verso Barcellona senza fermarsi a nessuna stazione. Arrivati a Empalme, Sabaté si impadronisce di una locomotiva elettrica, sempre in compagnia del macchinista e del meccanico. Nel frattempo la sua ferita si aggrava. Prima di arrivare a Sant Celoni, salta dal treno e raggiunge una fattoria vicina. È lì che sarà individuato dalla guardia civile. Una guardia municipale messa al corrente della cosa dalle guardie civili si trova sul luogo dello scontro. È questo ufficiale che ucciderà Sabaté con il concorso di un sergente della guardia civile. Sabaté era ferito al piede e alla coscia. Il giorno dopo, la stampa spagnola scriveva: “Fine di un bandolero. Erano le otto e ventisei minuti. All’incrocio delle strade Mator e San Tecla a Sant Celoni, stringendo la sua mitraglietta Thompson, giaceva morto il tristemente celebre Francisco Sabaté Llopart”.

Senza saperlo, l’informatore ufficiale rese a Quico un ultimo omaggio trattandolo come un “bandolero”. Il che vuol dire in Spagna “bandito di strada”, ma anche in un senso più ampio: il campione degli oppressi. Sabaté aveva 45 anni. “Caraquemada” restava il solo sopravissuto di questa generazione di guerriglieri. È nella sua terra di Berguedà che egli condusse la maggior parte delle sue azioni. Fu nel 1963, a quasi trent’anni, a Castellnou de Bages che egli trovò la morte in una pattuglia della guardia civile, Tentò in quel momento di porre un esplosivo contro un’installazione elettrica.

La guerriglia urbana ed i suoi obiettivi

Le azioni condotte dai gruppi armati erano di una temerarietà senza limiti. I gruppi sapevano che per il fatto che tutte le organizzazioni ufficiali avevano abbandonato la strategia armata rendeva più difficile il loro radicamento nel popolo, ma speravano di poter dimostrare a queste organizzazioni i loro errori. La loro attività di diffusione di testi anarco-sindacalisti rimase limitata alla Catalogna. La principale difficoltà per i gruppi d’azione fu la relazione precaria stabilita con i gruppi dell’interno della penisola. I gruppi d’azione continuavano la guerra civile, per essi non era mai cessata. La maggioranza degli oppositori dell’interno, a partire dal 1953, considerava che la lotta contro il franchismo doveva svilupparsi con i mezzi di una partecipazione la più ampia possibile della popolazione. È da notare che fu a partire del momento in cui gli Stati Uniti stabilirono delle relazioni diplomatiche con la Spagna che queste posizioni si manifestarono nell’opposizione anti-franchista. principale nemico della lotta armata fu quindi la guardia civile. Il numero di guardie utilizzate per farla finita con i guerriglieri fu impressionante. Infiltrandosi negli ambienti dell’esilio, le guardie potevano informare sulla partenza dei gruppi verso la Spagna. La collaborazione della polizia francese fu egualmente molto importante. Se inizialmente, il governo francese lasciò i gruppi di guerriglieri organizzarsi sul territorio francese, indubbiamente per via della loro partecipazione attiva alla resistenza contro il nazismo, l’inizio della guerra fredda trasformò le relazioni diplomatiche tra la Francia e la Spagna. La collaborazione tra la polizia francese e spagnola si sviluppò, l’informazione riguardante il passaggio dei gruppi d’azione attraverso i Pirenei era trasmessa dalla polizia francese ai loro omologhi spagnoli.

La guardia civile, per lottare più efficacemente contro i guerriglieri, creò dei corpi anti-guerriglia. I corpi della guardia civica realizzarono diverse azioni che screditarono la guerriglia, ciò creò nella popolazione un clima di insicurezza che provocò l’isolamento dei guerriglieri anarchici. Le zone di passaggio, le uscite da Barcellona furono sempre più sorvegliate, delle pattuglie formate da numerosi uomini armati formarono intorno a Barcellona un cerchio di repressione che non permetteva più ai guerriglieri di raggiungere le loro basi, lo spostamento di materiale e ricevere rinforzi in uomini. I guerriglieri ebbero anche dei nemici importanti nella persona dei volontari, della polizia nazionale, delle guardie municipali, dei falangisti e delle loro organizzazioni. Eppure la guerriglia tenne in scacco per moltissimo tempo le forze governative. La precarietà dei loro mezzi che li obbligava a praticare delle espropriazioni, il fatto di non poter contare sulla loro organizzazione, la CNT dell’esilio per la quale essi lottarono da ben prima del 1936, li resero vulnerabili. Numerose azioni condotte dai gruppi d’azione rimarranno probabilmente sconosciute per sempre, ma ciò che è certo è che il regime di terrore imposto da Franco aveva un nemico opposto direttamente ad esso.

Quando la notizia della morte del “Quico” Sabaté giunse a Barcellona, le persone si rifiutarono di ammettere la realtà di questa scomparsa. “El Quico tornerà presto a smentire questi bugiardi” commentavano i lavoratori catalani pensando a una montatura della polizia. È certo che quando Sabaté e Facerias entrarono nel mito popolare ciò provò che in un certo modo essi erano rappresentativi dell’opposizione per un gran numero di Spagnoli a un potere che voleva sottomettere l’insieme del popolo spagnolo. Il bandolero è sempre stato mistificato in Spagna, perché incarna la lotta del debole e dell’oppresso contro il potere stabilito. È definito dall’immaginazione popolare come il ladro dei ricchi ed il difensore dei poveri. Fu il caso di Sabaté, quello di Facerias e dei loro compagni. Essi furono la personificazione del bandolero nobile che lotta sino alla morte per la libertà e contro coloro che si oppongono ad essa.

“Proseguiamo e proseguiremo la nostra lotta in rapporto alla Spagna, in Spagna, consideriamo che l’inerzia sia la morte dello spirito rivoluzionario. Faremo sì che la voce dell’anarchismo si faccia sentire in tutti gli angoli della Spagna così come la solidarietà con i nostri fratelli detenuti”.

Questo testo datato 8 dicembre 1957, fa parte di una lettera indirizzata dai “Grupos anarco-sindicalistas” alla CNT e alla FAI in esilio, per protestare contro l’inazione di quelle organizzazioni per salvare gli anarchici imprigionati in Spagna e per denunciare la loro assenza sul terreno delle lotte nella penisola.

Daniel Pinós, da http://latradizionelibertaria.over-blog.it/

http://losdelasierra.info/

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Quando la bandiera rossa sventolò su Montecitorio

Era il primo Maggio 1924, Mussolini aveva appena soppresso la Festa dei lavoratori, quando Guido Picelli riuscì a mettere sul pennone del Parlamento la bandiera rossa. All’eroe delle barricate di Parma, al Che Guevara italiano, nell’ottantesimo anniversario della sua scomparsa RaiStoria dedica la serata del 3 gennaio (ore 22.30) col film di Giancarlo Bocchi, “Il ribelle, Guido Picelli un eroe scomodo”.

Un’immagine tra tante per ricordare un grande rimosso della storia del nostro antifascismo. La bandiera rossa alzata sul pennone di Montecitorio il primo maggio 1924, proprio all’indomani della soppressione della festa dei lavoratori da parte di Mussolini e un mese prima dell’omicidio di Matteotti.
Un gesto simbolico e dirompente che dice tanto di Guido Picelli, eroico comandante delle barricate di Parma, inventore della guerriglia urbana, deputato comunista indipendente, nato nel 1889 e morto sul fronte spagnolo nel ‘37, colpito al cuore da un proiettile sparatogli alle spalle, in circostanze ancora oggi non chiarite.
È proprio in quella morte, infatti, che si spiega tutto il «rimosso» messo in atto nei confronti di questo Che Guevara italiano, «ardito del popolo», politico scomodo, votato da sempre alla «causa del proletariato», come si diceva allora, che pagò con la vita il suo idealismo libertario e lungimirante che lo portò rapidamente in rotta di collisione con lo stalinismo. Partì da Mosca l’ordine di eliminarlo, alla vigila di una nuova vittoria sul fronte di Madrid del Battaglione Garibaldi che Picelli comandava?
Ne è sicuro Giancarlo Bocchi, regista parmense che alla figura del comandante ha dedicato quasi quattro anni di ricerche negli archivi di mezzo mondo (dalla Russia agli Usa), scoprendo nuovi documenti e prezioso materiale di repertorio, diventati materia incandescente per un film (con libro): Il ribelle, Guido Picelli un eroe scomodo, appassionato documentario del 2011 che ha raccolto riconoscimenti e inviti a festival internazionali e che il 3 gennaio (ore 22.30) andrà in onda su RaiStoria in occasione dell’ottantesimo anniversario della morte di Picelli.
Attraverso le parole dello stesso comandante, pronunciate da Francesco Pannofino, e il raccordo narrativo «letto» da Valerio Mastandrea, Il ribelle è davvero un’avvincente cavalcata nell’avventura umana e politica di un grande protagonista della storia italiana ed europea del secolo scorso.
A cominciare dalle lotte sociali e il grande sciopero del 1908, per passare al Primo conflitto mondiale al quale Picelli, da non interventista, partecipa al seguito della Croce rossa. Splendidi i filmati tra le trincee tra cui uno spezzone inedito su Caporetto. Le «scoperte» si susseguono. Come l’esperienza d’attore vissuta dal giovanissimo Picelli che lascia Parma per Torino scegliendo la strada del cinema, appena nato. Eccolo al fianco del grande Ermete Zacconi in un film muto.
Ma il drammatico scenario politico lo riporta in breve nella sua città. Siamo nel ‘22 alla vigilia della Marcia su Roma. Picelli alla testa di 400 Arditi del Popolo, tra cui comunisti, cattolici, socialisti e anarchici, riesce a mettere in fuga i diecimila fascisti di Italo Balbo, durante i cinque giorni della Battaglia di Parma.
Quella storica le cui immagini hanno affiancato per anni la testata del quotidiano Lotta Continua. «È la dimostrazione dice il comandante che il fascismo si sarebbe potuto fermare». Proprio grazie all’idea di quel «Fronte popolare» che Picelli sostiene con lungimiranza, molti anni prima del Comintern.
Stimato da Gramsci e responsabile per il Pci della creazione di una struttura insurrezionale contro il fascismo, Picelli sfugge ad agguati ed attentati delle camicie nere, quando nel ‘26 è arrestato insieme ai maggiori esponenti dell’antifascismo. Gramsci compreso. Per il comandante sono cinque anni di confino e carcere.
Negli anni Trenta viaggia tra la Francia e il Belgio, proseguendo la sua attività rivoluzionaria, soprattutto tra i lavoratori italiani emigrati. È nel ‘32 che approda in Urss ed è questo il momento della sua totale disillusione. Relegato in fabbrica a fare l’operaio Guido Picelli è completamente emarginato dall’attività politica. Inutili le sue lettere al compagno Ercoli (Togliatti). La risposta è sempre «niet».
Anzi, in pieno periodo di «purghe» Picelli è processato in fabbrica e rischia il gulag. Il suo ardore da combattente, però, non viene piegato: riesce a lasciare l’Urss, approdare di nuovo a Parigi dove prende contatti col Poum, il partito comunista spagnolo, trozkista e antistalinista di Andrés Nin.
La guerra di Spagna, dunque è l’occasione per tornare a combattere il fascismo. Al comando del Battaglione Garibaldi delle Brigate internazionali Picelli ottiene la prima vittoria repubblicana sul fronte di Madrid. Gli emissari di Stalin, però, continuano a tenerlo sotto controllo. E lui lo sa bene. Fino a quel 5 gennaio del ‘37 quando il colpo sparatogli alle spalle lo colpisce al cuore.
La ricostruzione fornita da Il ribelle suggerisce che sia stata un’esecuzione ordinata da Mosca. Fatto sta che il corpo di Picelli resta lì per un giorno. E le tesi ufficiali sulla sua morte si avvicendano, lacunose, nel tempo. Prima una raffica di mitragliatrice, poi il colpo di un «cecchino fascista». A dare l’ultimo colpo di spugna alla memoria del comandante è il divieto di Mosca di concedergli la medaglia dell’Ordine di Lenin, la massima onorificenza sovietica.

Gabriella Gallozzi, http://www.bookciakmagazine.it/

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Guerra di Liberazione, e basta!

Come ricorda in questo video il Partigiano Nino De Marchi “Rolando” classe 1920, della Divisione Garibaldi “Nino Nannetti”, non c’è stata una guerra civile nei 20 mesi da settembre ’43 ad aprile ’45. Ce lo ricordava anche il Partigiano “Furia” Gianni Giannoccolo nel suo libro “Resistenza: guerra civile o guerra giusta?”. Questo è un brano tratto dal suo libro:

È dimostrato, dati e cifre alla mano, che la Rsi non disponeva di un esercito e, conseguentemente, tutti i militari fascisti, comunque organizzati, dipendevano necessariamente dai comandi germanici. Addirittura, in frequenti casi, non solo avevano un rapporto di dipendenza funzionale, ma giuravano fedeltà al Fuhrer, vale a dire al capo di uno Stato straniero, per giunta nemico dell’Italia, come era stata considerata la Germania dal nostro legittimo governo. E indubbio che, in tali condizioni, i militari italiani, aggregati alle SS germaniche, alla Wehrmacht o ai Gruppi franchi operavano alle dipendenze dei vari Wolff, Toussaint e Kesserling e, in base all’ art. 58 del Codice militare di guerra, aiutarono il nemico nei suoi disegni politici, che certamente non erano quelli dell’Italia, che si vide occupata, mutilata, oppressa e sfruttata anche materialmente. In questo quadro, non ha senso concepire che vi sia stata una guerra civile. Tanto è vero che questa massa di militari nazifascisti alla fine del conflitto (…) furono tutti messi in cattivita come prigionieri di guerra. Erano renitenti, disertori, delinquenti comuni, che si erano aggregati alle forze naziste, considerati come feccia dal Generale Guido Manardi, che li comandava. Tutti costoro avevano bisogno, dall’armamento al munizionamento, dalla vestizione al vettovagliamento, del sostegno tedesco come dell’aria che respiravano. E senza questo continuo e indispensabile aiuto, ce ne dà conferma lo stesso Claudio Pavone, Salò non avrebbe potuto durare un solo giorno. Pavone, con questa saggia constatazione ha contraddetto tutta la sua teoria sull’esistenza di una guerra civile. Quando una moltitudine di militari, inquadrati in vari tipi di formazioni, combattono sotto un unico comando, per il raggiungimento di obiettivi politici e strategici di un paese straniero, essi partecipano ad una guerra di aggressione, che non può essere configurata come guerra civile. La Repubblica di Salò, abbarbicata ad una potenza straniera, invisa al popolo italiano, mancava di quel minimo di autonomia per potere essere in grado di contrastare, con le sue sole forze, il movimento della Resistenza, che si reggeva grazie ai suoi profondi legami con tutti gli strati della popolazione. Pensare all’esistenza di una guerra civile equivale a voler dare dignità a quella feccia della società che si era messa al servizio degli occupanti nazisti, senza i quali, come forse è involontariamente sfuggito a Claudio Pavone, non avrebbero potuto reggersi nemmeno per ventiquattro ore.

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Rue de Maquisards

Avrò avuto tredici anni, quando sentii per la prima volta “The Partisan” di Leonard Cohen. E fu per caso, perché ero andato nel negozio di dischi per comprare “Suzanne”, che avevo sentito per radio, e che poi un amico avrebbe di nuovo e meravigliosamente cantato in italiano.
C’erano i “quarantacinque giri”, allora, e il “lato B” di “Suzanne” era appunto “The Partisan”. Non sapevo, e l’avrei scoperto molti anni dopo, che il testo era di un cugino francese, il partigiano Bernard. Ma quanto mi impressionarono alcune frasi di quelle canzoni… ricordo un confuso trasloco, a metà anni sessanta, da quella che era stata la casa di mia nonna. Dai bauli, e da nicchie sotto i bauli, erano ancora uscite vecchie giacche color kaki, e pacchi che mio padre e suo fratello avevano fatto sparire in fretta.
Da neanche vent’anni “era finita”: ma non è finita ancora adesso, la Resistenza.
So che sarò un po’ retorico, da storico mi piacerebbe ogni tanto parlare di storia, e invece mi ritrovo spesso a parlare delle “mie storie”, ma mi sembra che sia il caso, perché molti dei partigiani di allora, “dopo” sono stati un po’ troppo zitti, e adesso se ne stanno andando, uno dopo l’altro, ed è bene che figli e nipoti “che sanno” parlino loro, ed è forse il sentimento di questo dovere che mi spinge. La guerra non è mai davvero finita, mes amis. Ricordo bene i primi anni settanta, ah sì, gli “anni di piombo”, ed il mio stupore misto a rabbia nel vedere i più giovani di quanti erano stati partigiani (nella mia famiglia, le classi dal 1923 al 1927), giovani uomini che nei primi anni settanta avevano poco più di quarant’anni, che non facevano nulla, nulla per fronteggiare il mondo terribile e ingiusto che ci si parava di fronte. Credo sia stato per questo che abbiamo amato il Che: io avevo dodici anni quando fu ucciso, e ricordo la notizia bruciare come una ferita e insieme un incitamento alla lotta (l’ho detto che sarei stato forse un po’ retorico, et voilà…) “Mil voces de combate…”: Guevara era il partigiano che non si era arreso, neanche di fronte ad un comodo posto da ministro. Sulle montagne, ancora una volta…
Ricordo uno slogan un po’ barricadero e un po’ ingenuo, ad uno dei “miei” primi cortei, “compagni partigiani prendiamo il fucile, facciamo di nuovo il venticinque aprile”.
Già, bastasse un fucile, adesso: non era stato sufficiente neppure “allora”, difatti ci si è liberati dai fanfaroni in camicia nera, dai saluti romani (beh, quelli si continuano a vedere, eh sì…), ma “lo Stato”? Che successe allo Stato fascista?
È rimasto lì dov’era, con il beneplacito del P.C.I. d’allora, che barattò la sua compartecipazione al potere, le regioni “rosse” con l’acquiescenza. Si fanno delle bellissime statistiche, in Italia: andate a vedere quanti ufficiali, già in servizio sotto il ventennio e sotto la R.S.I., sono stati allontanati dopo il 1945, e vedrete che non potrete organizzarci neppure un incontro di calcio.
E quanti magistrati sono stati, se non giudicati a loro volta, almeno allontanati dall’ufficio? Neanche uno. E i vili, vilissimi docenti universitari che avevano giurato fedeltà al regime (su circa tremilacinquecento professori, solo tre si rifiutarono!)? Rimasero lì, al loro posto. Come i vili, vilissimi professori di liceo, come gli infami maestri e maestre elementari.
Così come tutti i settori della pubblica amministrazione, che di fatto è rimasta fascistissima fino a poco tempo fa (intendo proprio con le stesse persone, negli stessi posti, abbiamo dovuto subire persino la vergogna di un Mirko Tremaglia ministro…). Alla faccia nostra, ma soprattutto alla faccia della “Repubblica nata dalla Resistenza”, i camerati della deputata Alessandra Mussolini le riservarono, quando giunse in Parlamento, lo stesso posto che fu del nonno Benito quando venne eletto deputato.
E tutto questo continua a succedere, tra i velluti e gli ori del fascistissimo parlamento di Roma. E già, facciamo di nuovo il venticinque aprile, ma questa volta sul serio, per favore.
Chi c’era sa che cos’è stato riprendersi Venaus, l’otto dicembre 2005. Nevicava un po’, e nell’aria fredda io ero ad una curva sopra la strada del paese, e i movimenti delle forze in campo sembravano un enorme “risiko”, dal vero però. Blu la polizia, colorata la gente, neri come sempre i carabinieri, e poi fumogeni di tutti i colori e il bianco della neve.
L’otto dicembre di sessantadue anni prima, alla Garda, dall’altra parte della valle, giurava la prima banda partigiana. Due giorni prima, a Torino, avevamo occupato i binari di Porta Nuova, mentre l’intera valle di Susa era bloccata e presidiata, non si entrava e non si usciva, se non su sentieri non segnati sulle carte di chi comanda.
Tutta la forza pubblica inviata in Val di Susa, la più grande mobilitazione militare contro i civili in Europa che mai si fosse vista: quasi quasi potremmo prenderci il Municipio, e buttar fuori l’inutile Chiamparino, pensò qualcuno tra di noi. Insurrezione, un sogno che diventava reale. Non è successo, ma non era male il consiglio di Errico Malatesta: “alla prima sommossa dar giù, senza perdita di tempo”.
E se l’avessimo fatto di nuovo, davvero, il venticinque aprile? Ho avuto la fortuna di conoscere chi diede, allora, alla radio clandestina, il segnale dell’insurrezione: “Aldo dice ventisei per uno”, e i comandanti di brigata, anche i ventenni che come mio padre, con quasi nessuna esperienza militare, si erano trovati con cinquanta, cento uomini di fronte ad uno dei più forti eserciti del tempo, sapevano che il giorno dopo sarebbero scesi in quelle “belle città” che erano state lasciate per troppo tempo al nemico. “Dar giù, senza perdita di tempo”.
Già, la festa d’aprile.
C’è un paese, vicino a casa mia, oltre la montagna, un paese che si chiama Bessans, che fu incendiato dai tedeschi il 13 settembre 1944. C’erano un po’ troppi partigiani, da quelle parti, e così fuoco alle case, alè! Ma quanti si erano dati alla macchia ci rimasero, case o non case.
Maquisards. È una parola che mi piace più che partigiani, ebbene sì. C’è una strada dedicata a loro, a Bessans. Rue des Maquisards.
Forse è solo il nome di una via, come qualche “Viale dei Partigiani” dell’italietta senza memoria che nella sua toponomastica balorda celebra alla rinfusa vittime e assassini (ahi, quante via Umberto I, via Bava…).
Ma sì; forse è solo il nome di una strada, o forse no: Mi piace pensare che sia lì ad indicare davvero una strada che bisognerebbe avere la testardaggine d’imboccare contro un mondo che vuol convincerci che va tutto bene (…quando va bene) o che abbiamo già perso (…quando va male). Neve sul neroblu cattivo di un confuso gruppo di elmetti e manganelli, quell’otto dicembre 2005. È con un atto di forza che ci siamo ripresi Venaus, hanno avuto paura perché lì mica era Genova, per terra ci sarebbero rimasti loro, e lo sapevano. Giù da quei sentieri che scendevano dalla montagna ci erano passati, nei tempi, boscaioli, contrabbandieri e partigiani.
Quel giorno i partigiani erano tornati.
Bella strada, la Rue des Maquisards.

Jacou, Maquis du Mont Cenis

da Nunatak N.8 2007 – Rivista di storie, culture, lotte della montagna

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Prospero Gallinari: Un contadino nella metropoli, ricordi di un militante delle Brigate Rosse

La prefazione di Erri De Luca:

Caro Prospero, ho letto volentieri la tua storia perché tu sei una persona da ascoltare. Un libro è bello per questo, perché c’è un racconto che nessuno interrompe. L’ho seguito di filato nel volo che mi portava a Madrid e l’ho finito poco dopo. Tutti e due per aria, nel Mediterraneo, stavamo nel posto giusto, staccati da terra. Ho riconosciuto la tua voce, la tua consistenza e anche le incertezze di tanti cambiamenti. Malgrado il tuo continuo richiamo a una ragione politica, credo che le tue scelte siano dipese da una tua rettitudine, da una misura che ha per unità di peso il palmo di una mano. Ho apprezzato la tua reticenza verso i dettagli, il tuo modo di nominare le persone, la sofferenza procurata dal comportamento di molti compagni per te fidati. Dal punto di vista storico è un documento, l’ho consultato con interesse, specie il tempo degli anni ottanta, voi nel circuito dei camosci e io a piegare la schiena in fabbrica, in cantieri nella clausura ostinata e ostile verso chiunque. Me la sono ammansita con la scrittura, l’ho messa a contrappeso. Tu l’hai smaltita nella spezzettata comunità delle prigioni, nelle discussioni, nei documenti politici, ultime voci degli ammutoliti. Oggi accetti la solitudine, scrivi la tua storia che, per quanto sia stata saldata a una comunità, resta inconfondibile e tua. Oggi la tua volontà di scriverla chiude un tempo della tua vita. Una filastrocca dell’appennino emiliano racconta che la vita di un uomo è lunga quanto la vita di tre cavalli. Con questo libro hai sepolto il tuo secondo cavallo. Io il mio secondo l’ho lasciato a Belgrado nel ’99 sotto il ferro e fuoco della Nato. I nostri cavalli muoiono in fondo a un atto di solitudine. La tua volontà di scrittura è questo distacco. Non è un libro politico, caro Prospero, è un libro di un padre che non ha avuto figli. In questo siamo uguali. E dopo averlo letto, provo per te più affetto di prima.
Erri De Luca, gennaio 2005

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Viaggio in Germania nel paradiso degli econazisti

Koppelow (Germania). Nessuno è benvenuto, nel regno degli econazisti. Dimenticate gli skinhead col bomber o gli hooligan con le svastiche tatuate sul petto. Siamo a Koppelow, nell’idilliaca “Svizzera del Meclemburgo”, nel laboratorio di un esperimento che fa paura. Qui i nazisti fondarono nel 1926 il movimento degli artamani, dei “protettori della zolla”. L’obiettivo era creare un’élite in piena campagna, isolarsi dalla liberale Repubblica di Weimar rendendosi autosufficienti, costruire un’élite völkisch, germanica e antisemita, cacciare i lavoratori polacchi. Prepararsi al Terzo Reich. Ne facevano parte gerarchi delle SS del calibro di Heinrich Himmler o il futuro comandante di Auschwitz Rudolf Höss.
Vent’anni fa, gli artamani sono tornati. Con ambizioni simili. Allora Huwald Fröhlich, tagliaboschi e produttore bio, scrisse varie lettere su riviste di estrema destra come Opposition für Deutschland, invitando i camerati a raggiungerlo nel luogo simbolo dell’avanguardia bruna. Con lui arrivarono il fabbro Jan Krauter, che vende coltelli e rune di ferro, e la rilegatrice Irmgard, sul cui sito web campeggia il Signore degli anelli di Tolkien, mito intramontabile dell’estrema destra.
«C’è nessuno?». Ci incamminiamo verso uno strano camper di legno, accanto all’ingresso. È curioso, sembra piombato qui da un altro secolo. Una gallina sbuca da dietro una ruota, ci guarda perplessa. All’improvviso un uomo vestito di nero esce correndo dalla fattoria. «Che volete?» urla. Ci presentiamo, gli chiediamo se conosce il suo vicino di casa, Huwald Fröhlich. E se conosce i neo-artamani. Abbiamo cercato di bussare anche da Fröhlich, inutilmente. L’uomo scopre i denti con un ghigno: «Leggende. Il mio vicino è un tranquillo boscaiolo. I neo-artamani non esistono». Poi si avvicina: «Ora basta, andatevene».
Niente teste rasate, da queste parti: hanno i capelli lunghi. Niente bronci: sui siti web sorridono gentili. E i vestiti hanno un’aria antica: lana grezza, cuoio. Bussiamo alla fattoria del fabbro Krauter, noto alla polizia per il passato da militante neonazista, a un paio di chilometri da quella di Fröhlich. All’ingresso balle di fieno e un cartello: “Vero miele tedesco”. Entrando scorgiamo il simbolo inequivocabile della nuova avanguardia hitleriana: l’Irminsul, una sorta di colonna alata, un simbolo germanico e pagano che gli artamani e gli econazi mettono all’ingresso delle loro case per riconoscersi a vicenda. Meno spettacolare delle rune o delle svastiche, più in sintonia con il loro culto della segretezza.
Dalla metà degli anni 90 sono almeno venti le famiglie che si sono trasferite nel triangolo Koppelow-Krakow am See-Klaber, su invito di Fröhlich. Con loro ci sono sessanta bambini che vivono in un ambiente soffocante e isolato, educati secondo i precetti del nazionalsocialismo. E Koppelow somiglia a decine di altri posti sperduti nelle campagne della Germania, in Meclemburgo ma anche in Nordreno-Westfalia, Sassonia o nel Baden-Württemberg. Ovunque si sta diffondendo nella quasi indifferenza generale una società parallela, sovversiva, che punta, per dirla con il neonazista Ralph Tegethoff, all’avvento della «libera nazione tedesca del popolo».
Ormai sono migliaia i “colonizzatori” in tutto il Paese. I servizi segreti sono continuamente costretti ad aggiornare al rialzo il numero delle proprietà che comprano, dei villaggi che conquistano. Che purificano, per usare il loro gergo. Le famiglie degli insediamenti völkisch ragionano in termini di generazioni, non di mesi o anni. «La loro strategia è andare in luoghi dove devono temere poca resistenza, dove possono rendersi invisibili, dove possono comprare case, fattorie vicine. Da lì», ed è questo l’aspetto pericoloso, «cominciano a costruire colonie chiuse e a fare proselitismo tra i vicini. Detesto usare termini militari, ma posti come Koppelow sono le loro teste di ponte, le loro basi». Elisabeth Siebert, politologa della Evangelische Akademie der Nordkirche, è una pioniera degli studi sugli insediamenti neonazisti nel Meclemburgo. «Dieci anni fa, quando ho cominciato, nessuno mi credeva». Quando la incontriamo, appena fuori da Rostock, ci chiede di non fare foto: «Ricevo già abbastanza minacce».
Collegati quasi sempre con i neonazi vecchia maniera, i völkischen si considerano un’aristocrazia, e hanno modi di fare opposti. Al lavoro sporco pensano i camerati “classici”, col solito repertorio barbarico di minacce, assalti a migranti, omosessuali o autonomi, teppismi. Nelle colonie nazi invece la parola d’ordine è rendersi autonomi dallo Stato e crescere i figli alla rivoluzione, ma dissimulando. Rimanendo possibilmente fuori dal radar dei servizi segreti. «Sanno come muoversi» spiega Siebert, «partecipano alla vita dei villaggi», organizzano feste per bambini, campeggi, punti di consulenza per i disoccupati. «E tra un’attività e un’altra fanno cadere una battuta sui profughi “invasori”, raccontano una barzelletta sugli ebrei o sugli omosessuali. Tastano il terreno. Sono missionari del nazionalsocialismo e agiscono con enorme prudenza» puntualizza Siebert. Sono gli insospettabili nazi della porta accanto.
I bambini sono cruciali, ovviamente, per la strategia sovversiva dei völkischen. Sono le vittime principali, tragiche, di questo cancro che si sta mangiando la campagna tedesca. Vivono isolati: le bambine cresciute per diventare delle impeccabili madri nazionalsocialiste, i bambini uomini-guerrieri. «Se chiedi ad uno di questi bambini cosa vuol fare da grande» racconta Siebert «ti risponde: “Farò ciò che servirà al mio popolo”. Ogni impulso a sviluppare una personalità autonoma è brutalmente represso. L’individuo non conta nulla, conta solo il popolo». L’associazione di cui fa parte Siebert cerca di aiutare le scuole a difendersi dalla violenza psicologica delle famiglie neonazi: «Tendono a iscrivere i figli tutti insieme e in scuole possibilmente steineriane o evangeliche, insomma private, dove i genitori hanno molta più influenza sui programmi e sulle attività scolastiche». Dove sono tra di loro, il più possibile.
Andrea Röpke è una delle maggiori esperte dei figli dei colonizzatori e dei neonazisti. Giornalista e scrittrice, è perseguitata da anni, e nel 2006 fu picchiata violentemente per aver voluto filmare un ritrovo di un’organizzazione giovanile di estremisti. «Questi bambini» ci spiega «crescono in un mondo estremamente reazionario e autoritario. Non possono indossare jeans, il computer è vietato, devono usare solo termini tedeschi, gli anglismi sono proibiti e le bambine diventano molto presto iper-addomesticate. I maschi, invece, si fanno notare per comportamenti molto aggressivi». Nei casi più estremi «i genitori li costringono a citare Mein Kampf e a girare con vestiti antichi, le bambine con gonne lunghe e lunghe trecce». E non è tutto.
Da decenni le campagne tedesche sono infestate anche da campeggi e da colonie dove i neonazisti mandano i loro figli a prepararsi per la guerra civile. Letteralmente. Röpke li documenta da anni: le autorità tedesche ne vietano una dopo l’altra, ma rispuntano come teste di Idra ogni volta che se ne sopprime una. Ci sono state la Gioventù vichinga, la Gioventù fedele alla patria e simili. Non muoiono mai. Organizzano marce, gare, prove di coraggio con coltelli, esercitazioni con fucili ed altre armi, ma anche riti germanici, feste pagane e pellegrinaggi alle tombe di vecchi nazisti come Ernst Otto Remer, il gerarca che fece giustiziare i putschisti attorno a von Stauffenberg che tentarono di ammazzare Hitler nel 1944. Ci sono anche incontri con discendenti delle Waffen-SS. L’obiettivo è uno solo, ha raccontato anni fa la neonazista pentita Tanja Privenau: «essere pronti per il momento della presa del potere». Ci credono ciecamente. E Röpke sostiene che sono «diverse migliaia» i bambini che continuano a partecipare regolarmente a queste barbariche scuole di sopravvivenza.
Ma nella Svizzera del Meclemburgo – ribattezzata tristemente “Nazi-Toskana” da qualcuno – ci sono anche sacche di resistenza. Reinhard Knaack è il sindaco di Lalendorf, villaggio di 900 anime nascosto nei boschi. Sei anni fa si rifiutò di consegnare il premio del capo dello Stato a Petra Müller per il suo settimo figlio. Aria fricchettona, capelli intrecciati e gonna lunga, Müller è una nota neonazista. Veste alla maniera tipica delle econazi, delle colonizzatrici, come le donne tedesche dei secoli scorsi. Dopo il rifiuto, ci racconta Knaack nel suo piccolo ufficio, il sindaco si è ritrovato un gruppetto di teste rasate in giardino che lo minacciavano. Nazi vecchia maniera venuti a difendere una nota famiglia di Siedler, di colonizzatori. A conferma che la rete tra gli hitleriani, antichi e moderni, è invisibile ma c’è. E la cosa più inquietante, Knaack ce la racconta quasi sussurando: «È arrivata la polizia e prima di cacciarli ha preso le generalità di tutti. Nomi e cognomi. Guarda caso, quel rapporto è sparito». La polizia è connivente?, chiediamo. Knaack ci guarda negli occhi, poi annuisce lentamente: «Qualcuno sì».
Proseguiamo il nostro viaggio fino a uno dei villaggi più famosi del Meclemburgo colonizzato dai nazisti. Poco distante da Wismar, quasi sul Mar Baltico, c’è Jamel. All’ingresso del paesino di appena 38 abitanti, un cartello indica la distanza da Braunau am Inn, città natale di Hitler. E sul grande murale che adorna una fattoria sono dipinti un’inquietante famiglia “ariana” e l’Irminsul, il simbolo che abbiamo già incontrato molto più a sud, davanti alla casa del fabbro Krauter, nella “Nazi-Toskana”. In questo villaggio dall’aria tranquilla, i neonazisti sono riusciti negli anni a cacciare quasi tutti. Qui i colonizzatori sono ancora vecchia maniera, con look da skinhead e modi da teppisti. Ma la fattoria dei Lohmeyers, Birgit e Horst, resiste da anni ai loro brutali tentativi di cacciarli. Su 38 abitanti, 36 sono neonazisti. Loro due no.
Nella testa delle teste rasate, Jamel doveva diventare un modello, un villaggio purificato, “ariano” al cento per cento. E invece. Dopo anni di gomme bucate, inseguimenti, minacce, pressioni psicologiche, i due artisti continuano a resistere. L’anno scorso le teste rasate hanno persino dato fuoco al loro fienile, di fronte a casa. Per un pelo, non li hanno ammazzati.

I resti del fienile dei Lohmeyers, a pochi metri dalla loro casa a Jamel, bruciato dai neonazisti nell’estate del 2015 (Michele Princigalli)

L’occasione per andarli a trovare è un concerto antinazi che organizzano ogni anno, Jamel rockt den Förster. Ma, arrivati nel villaggio, la prima cosa che notiamo è un gruppo di teste rasate che dietro un recinto, proprio di fronte alla fattoria dei Lohmeyers, arrostiscono un enorme porco allo spiedo. Una scena medievale. Sullo sfondo, una montagna di immondizia che brucia. Gli hitleriani più estremisti come questi, rifiutando lo Stato, si bruciano i rifiuti da soli. Tre bambini giocano ad acchiapparella tra il rogo e un tavolaccio dove si sono riuniti una quindicina di skinhead che bevono birre. Ci avviciniamo, non riusciamo a estorcere agli energumeni rapati altro che parolacce irripetibili. Uno di loro, il capo della colonia bruna, è il noto ex skinhead Sven Krüger, ex esponente degli Hammerskin, poi consigliere locale del partito di estrema destra Npd. Si incammina verso di noi con una sorta di macete in mano. «Bugiardi, giornalisti di m… che cercate? Tornatevene da quella feccia comunista! Aria!».
Attraversiamo la strada e un prato, passiamo davanti al murale e tre volanti della polizia che presidiano i preparativi del concerto antinazi. È ancora presto, sono le sei di pomeriggio e Birgit Lohmeyer ci aspetta all’ingresso della fattoria. «Dopo tanti episodi brutti, finalmente è arrivato un capo della polizia che ci protegge» sorride. Che solitudine, quella dei Lohmeyers. Dieci anni fa il sindaco Uwe Wandel ammise: «Jamel è persa», ormai caduta in mano ai nazisti. Ma Birgit e Horst continuano a dimostrare che non è vero. Ci sediamo al tavolo della cucina con lei mentre lui si occupa degli ultimi dettagli prima del concerto. Birgit ci guarda negli occhi, i lunghi capelli rossi sciolti sulle spalle, lo sguardo indurito da anni e anni di assedio crescente. Chiediamo come fanno a resistere. «Come sempre. Un giorno alla volta. Il problema, al momento, è questo: Krüger ha appena fatto domanda per costruire altre quattro case. Dobbiamo prepararci ad altre quattro famiglie naziste». Per loro un incubo, per la Germania un’altra tappa del contagio.

Tonia Mastrobuoni  (Venerdì di Repubblica del 14 ottobre 2016)

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“Guerriglia partigiana a Roma 1943-44” di Davide Conti

Davide Conti è un giovane storico, ma al contempo già conosciuto e stimato scrittore. Tra il 2008 e il 2009 è stato collaboratore ausiliario del consulente tecnico della Procura della Repubblica di Brescia, Aldo Giannuli, nell’ambito dell’inchiesta sulla strage del 28 maggio 1974 e dal 2010 è consulente dell’Archivio Storico del Senato della Repubblica. Le sue principali pubblicazioni sono state: “Lo Stato repubblicano e Via Rasella” pubblicato all’interno del libro di Rosario Bentivegna “Achtung Banditen. Prima e dopo Via Rasella” (Mursia, Milano 2004); “Le brigate Matteotti a Roma e nel Lazio” (Odradek, Roma 2006); “L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” 1940-1943” (Odradek, Roma 2008). Nel 2010 con Ediesse ha pubblicato “Le Radici del sindacato. La fondazione della Cgil e le carte del congresso costitutivo del 1906”. Sempre nel 2010 ha curato il libro-intervista con Massimo Rendina “Cronache dalla prima Repubblica” e il volume “Leo Solari. I giovani socialisti nel crocevia degli anni ′40”, entrambi con Odradek. Con la stessa casa editrice ha pubblicato nel 2011 “I criminali di guerra italiani. Accuse, processi impunità”, infine nel 2013 “L’anima nera della Repubblica. Storia del Msi” (Laterza). Riguardo alla sua ultima pubblicazione gli rivolgiamo alcune domande fondamentali per capire il peso di questa nuova raccolta documentaria e soprattutto le ragioni delle sue scelte di approfondimento storico.

Qual è l’obiettivo che si è prefissato di raggiungere con questo libro?

La ricerca si è focalizzata su un aspetto centrale della Resistenza di Roma durante l’occupazione tedesca del 1943-1944: la guerriglia urbana, ovvero una dimensione specifica della lotta armata contro il nazifascismo che fu contestata, delegittimata e criminalizzata per la sua natura non solo da fascisti e nazisti ma anche da poteri istituzionali (Vaticano e monarchia) e dalle componenti moderate del Comitato di Liberazione Nazionale (Dc e liberali). Nell’Italia del dopoguerra, segnata dalle necessità della ricostruzione economica, politica e morale, la guerriglia urbana e la sua difficile eredità (connessa con la dimensione della guerra civile) fu esorcizzata o raccontata con pudore dagli stessi partiti antifascisti che la praticarono cioè il Pci, il Psi ed il Partito d’Azione.

Come ha articolato il volume?

Con un saggio introduttivo che ricostruisce le matrici storiche della guerriglia all’interno delle culture politiche azioniste, socialiste e comuniste, nonché una breve ricognizione dei principali autori che si sono occupati del tema fin dall’800. Poi ho dedicato un capitolo ad ognuno dei tre partiti (Pci, Psiup e PdA). In ultimo un’appendice sui «destini» dei partigiani nel dopoguerra e la difficile trasmissione dell’eredità della guerriglia nell’Italia repubblicana.

Quale fu l’estensione della guerriglia partigiana nella capitale occupata e quale ruolo ebbe la popolazione civile?

La guerriglia urbana nella Roma occupata dai nazifascisti nel 1943-1944 ha rappresentato un fenomeno diffuso in tutta la città, coinvolgendo in modo diretto alcune migliaia di persone ed in modo indiretto un numero di abitanti ancora maggiore. Roma venne divisa dai partiti della sinistra antifascista in otto zone operative trasformando la città in un campo di battaglia, accidentato e pericoloso per le truppe tedesche e fasciste, grazie alla solidarietà, al sostegno fattuale e all’appoggio ideale della popolazione romana. Questa collaborò con i partigiani in ogni quartiere della città, dal centro alle borgate, e permise ai Gruppi di Azione Patriottica comunisti e socialisti ed alle Squadre d’Azione Cittadina del partito d’azione di combattere contro un nemico molto più forte per numero, armamento e risorse.

Le principali contestazioni alla pratica della guerriglia riguardano da un lato la sua «irregolarità» e dall’altro i suoi effetti rispetto alle rappresaglie sui civili. Come affronta questi temi nel suo libro?

La Resistenza romana ruppe, con la guerriglia urbana, il monopolio terroristico della forza dell’esercito nazista sulla capitale. L’ordine pubblico tedesco sviluppò nella città la pratica della «guerra ai civili» che ha trovato con le stragi di Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Boves, Civitella Val di Chiana, (per citare solo alcune delle più note) la sua rappresentazione simbolica più forte. Le stragi di Pietralata, delle Fosse Ardeatine, de La Storta; i rastrellamenti di carabinieri, ebrei e civili; le camere di tortura a via Tasso, alle Pensioni «Oltremare» o «Jaccarino» non furono «rappresaglie» ma vere azioni terroristiche contro la popolazione a cui la guerriglia rispose come necessaria misura di Resistenza alla brutalizzazione nazifascista. La «irregolarità» della guerriglia fu quindi impostata come misura di Liberazione dall’occupante e si frappose alla presunta «regolarità» dell’esercito del III Reich che invece perseguì, in tutta Europa, le sue politiche di sterminio.

Quale fu il «peso» militare concreto della guerriglia durante l’occupazione tedesca di Roma?

Direttamente collegata con le forze Alleate la Resistenza armata venne organizzata in tutte le zone di Roma, realizzando centinaia di azioni di guerriglia e sabotaggio per tutti i nove mesi di occupazione. Il libro ricostruisce giorno per giorno tutte le azioni di guerra delle formazioni partigiane attraverso documenti clandestini dei partiti antifascisti, carte della questura fascista, giornali, documenti giudiziari e memorie orali dei protagonisti.

Perché ha scelto di trattare i tre partiti della sinistra del CLN?

Ho operato questa scelta seguendo due criteri fondamentali: La guerriglia urbana organizzata sistematicamente come misura militare della Resistenza al nazifascismo fu un fattore centrale che distinse comunisti, socialisti e azionisti dal resto dei partiti antifascisti del CLN (Dc, Democrazia del Lavoro e Pli) tanto da determinare la nascita della «Giunta Tripartita». Inoltre questi stessi tre partiti avevano una dimensione nazionale e facevano parte del CLN: due caratteristiche che li distinsero da un’altra formazione molto importante della Resistenza romana ovvero il Movimento Comunista d’Italia noto nella capitale come «Bandiera Rossa». Rispetto invece alla questione delle fonti, la ricerca è stata basata sulla comparazione e l’intersezione di una pluralità di documentazioni di origine e natura diversa.

Su quali fonti ha lavorato quindi?

Fonti interne, clandestine e non, dei partiti antifascisti; carte di polizia fascista e dei comandi tedeschi, materiali del fondo documentale del Ministero della Difesa «Riconoscimento qualifiche per le ricompense ai partigiani della Regione Lazio»; carte giudiziarie, stampa fascista e partigiana ed i nuovi fondi documentali privati versati dai membri dei GAP centrali di Roma (Bentivegna, Capponi, Fiorentini, Ottobrini, Calamandrei, Regard) che ho personalmente curato per l’Archivio Storico del Senato della Repubblica.

Intervista di Carla Guidi, da http://www.abitarearoma.net/

dalla quarta di copertina:

Duecentosettantuno giorni di occupazione nazista, migliaia di caduti civili e militari, quasi quattromila partigiani inquadrati nelle organizzazioni armate di Pci, Psiup e PdA, centinaia di azioni di guerra e sabotaggio compiute quotidianamente. Questa è stata la Resistenza a Roma: una guerriglia urbana di nove mesi organizzata dai reparti d’avanguardia delle forze antifasciste, i Gap e le Sac, e resa possibile dall’appoggio della popolazione civile. La ricostruzione documentale degli eventi che l’autore offre, svincolata dalla retorica celebrativa, restituisce non solo il contesto storico in cui nacque la guerriglia nella città ma soprattutto le sue contraddizioni, i suoi slanci, i suoi limiti e la sua necessità militare, politica e morale. Le drammatiche vicende della «Città Aperta», iniziate con i seicento caduti a Porta San Paolo e chiuse dalla strage di La Storta, furono caratterizzate da una guerra partigiana che rifiutò l’ordine nazista su Roma e fece della Resistenza armata la leva storica «costituente» in grado di conferire ai cittadini un nuovo protagonismo all’interno della sfera pubblica, facendo della guerriglia urbana una delle radici fondamentali della Repubblica. All’interno del perimetro urbano della capitale, il Partito comunista, il Partito socialista e il Partito d’azione, si dotarono di reparti armati (i Gruppi d’Azione Patriottica e le Squadre d’Azione Cittadina) che diedero vita ad un conflitto asimmetrico, direttamente collegato con le forze Alleate, in grado di infliggere all’esercito nazista gravi danni strategici e pesanti perdite materiali. In ogni zona della città, centinaia di azioni di guerriglia e sabotaggio vennero realizzate dai partigiani delle formazioni di Pci, PdA e Psiup lungo tutti i nove mesi di occupazione, confliggendo apertamente contro l’ordine pubblico criminale dei nazifascisti gestito attraverso la pratica militare della «guerra ai civili» fatta di rastrellamenti e deportazioni (carabinieri, ebrei, quartieri popolari), di stragi (Pietralata, Forte Bravetta, Fosse Ardeatine, La Storta) e di “camere di tortura” (via Tasso e le Pensioni Oltremare e Jaccarino). La Resistenza romana ruppe, con la «irregolarità» propria della guerriglia urbana, il monopolio della forza esercitato dalle truppe «regolari» tedesche e rappresentò il fattore politico-militare più importante ed incidente della storia contemporanea della città. Le otto zone in cui i tre partiti della sinistra del CLN divisero la capitale divennero campo di battaglia accidentato e pericoloso per nazisti e fascisti grazie alla solidarietà, al sostegno fattuale e all’appoggio ideale della popolazione civile (elemento indispensabile alla sopravvivenza di qualsiasi guerriglia) che permise ai partigiani di ricevere protezione e collaborazione in tutti i quartieri della città e di combattere un nemico molto più forte per numero, armamento e risorse. Una rottura del monopolio della forza che produsse una reazione delegittimante da parte degli eserciti occupanti e che, se immediatamente richiama la differenza tra soldato in divisa e combattente in abiti civili, su un piano più ragionato deve essere collocato, da un lato nel quadro della «guerra totale» di cui gli stessi eserciti nazifascisti si resero unici protagonisti, e dall’altro dentro «la ragione forte» per la quale «un popolo che vuole conquistarsi la sua indipendenza non può limitarsi all’uso dei mezzi militari consueti».

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Lettera agli ex iscritti al Pci folgorati dal renzismo

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Caro ex iscritto al Pci, leggimi pure (anzi, me lo auguro) se sei tra coloro che oggi vedono nel Pd una pur lontana parentela con quel grande partito. Non siete tantissimi ma ci siete, alcuni vivacchiano sconsolati, altri propugnano il nuovo Ottocento che avanza. Mi rivolgo a te con lo spirito fraterno che avevamo un tempo e che ci aiutava a capire meglio le cose (la realtà effettuale, delle cose come cioè effettivamente sono) non per accettarle ma per cambiarle. Concretezza e realismo con l’utopia. Mi spiace molto vedere come questi 25 anni senza il Pci siano stati sufficienti per rottamarne la sua tradizione, la storia, la prassi, il modo di lavorare. Cinque lustri riempiti dal nulla e dai progressivi smottamenti dei due partiti maldestri eredi: quel Pds ancora smarrito e quei Ds già a rischio di scalate ostili (in Sardegna avvenne un’Opa maligna da manuale, come un Alien dentro il corpo).
Poi è arrivato il Pd, quel pacco di buoni sentimenti dove il conflitto capitale lavoro era sparito per far posto a Jovanotti e ad altre leggerezze da partito liquido. Per diventare successivamente ciò che è ora: un comitato elettorale al servizio di un capo che propugna politiche legate alla finanza e alla grande industria. Sarebbe stato indigeribile per te, un tempo. Oggi non più. Sei stanco, avevi voglia di vincere cambiando casacca? Oggi mi chiedo che cosa ti sia accaduto, quale trasformazione tu abbia subito, che devastazione culturale abbia dovuto vivere per essere diventato ciò che sei ora. Come se sovrapponessi le tue personali debolezze nella sconfitta di una storia e di un avvenire.
Non offenderti, dunque, ma ascoltandoti o leggendo quanto scrivi sui social – che pena scorrere le due righette di una donna banalissima, un tempo iscritta al Pci, che annunciando la sua conversione al Sì dice che “anche la Costituzione ha frenato il Paese” – penso che una trasformazione così radicale debba essere studiata. A questo punto sono costretto ad ammettere che il grande partito che fu e i suoi tardi epigoni avevano già smarrito una certa capacità di formazione e di selezione. La realtà di oggi è che sei finito dall’altra parte. Lo accetto, va bene. Ma non ti accontenti di indossare il cilicio e far finta di aver vissuto un dramma interiore. Come se il passato fosse l’Invasione d’Ungheria e tu sovrastato dal dramma dell’appartenenza. Macchè. Sei come quei preti spretati che si trasformano in feroci anticlericali e assomigli a quei cinici che dopo la militanza nei gruppetti estremistici, da un giorno all’altro abbandonarono gli slogan rivoluzionari per passare armi e bagagli alla corte di Bettino, poi a quella di Silvio per salire infine, pur attempati ma esperti, al soglio di Matteo. Ricordi quanto li abbiamo criticati, contestati, giurando che mai noi saremmo diventato così. Come così? Come voltagabbana. Ora predichi le stesse cose che diceva la destra o la Confindustria e allora, comincio a pormi più di un problema sulla tua onestà intellettuale.
Ricordo bene le parole che ci dicevamo, i libri che studiavamo, gli articoli di giornale che leggevamo per capire. In quelle sezioni di partito fumose e cariche di umori e passioni. Dove abbiamo incontrato operai e braccianti, insegnanti e impiegati, disoccupati e avvocati. Erano concreti e decisi, coraggiosi e sognatori. Che cosa ci raccontavamo, dunque, che oggi non ti piace più? Provo a dirlo. Ad esempio che il sindacato in quanto organizzazione collettiva era insostituibile e i diritti dei lavoratori la stella polare? Che la volontà di battersi per un mondo migliore, non fatto di sogni ma concretissimo, era l’imperativo politico? Aspetta, non ho finito… Ricordi anche il mito dell’onestà? Lo sbandieravamo e la notte attaccavamo quei manifesti orgogliosi “Il Pci ha le mani pulite. Chi può dire altrettanto?”. Oggi invece difendi Verdini, Alfano e il tuo partito ha eserciti di inquisiti.
E non avrai dimenticato della lotta strenua contro l’opportunismo (dal dizionario: sostantivo maschile che descrive “la condotta di individui o gruppi che, avendo di mira soprattutto il proprio tornaconto, ritengono conveniente rinunciare ai propri principi e accettare compromessi più o meno onorevoli”). Mai opportunisti dicevamo, sempre noi stessi pur capaci di fare intese e stringere alleanze. Mica eravamo idioti. Ci consideravamo anche un’isola di persone per bene in un mare di malaffare. Forse esageravamo perché onesti, per fortuna, ce n’erano ovunque. Ma davanti agli scandali che scuotevamo la Repubblica eravamo l’unica certezza. Vivevamo la religione della diversità e, a dire il vero, diversi lo eravamo. Magari era un’illusione. Certamente puliti, onesti, combattivi, patrioti, rigorosi. Legati al dovere. Ricordo che un paio dei nostri sorpresi con le mani nella marmellata furono allontanati senza tanto clamore. Guardavamo agli altri con rispetto ma consci della nostra diversità. Ridevamo delle degenerazioni correntizie di Dc e Psi, oh quanto ridevamo. Ricordi, amico mio, che discutevamo a lungo per capire le differenze tra morotei e dorotei, nuove cronache e corrente del golfo. E dei socialisti cercavamo di capire la crescita craxiana, le debolezze dei lombardiani, l’arrivismo modernista dei martelliani? Ci avevano insegnato il metodo: mai schematizzare, mai generalizzare, mai confondere i conservatori con i reazionari etc. E a proposito di dovere non avrai scordato quanto abbiamo fatto contro i violenti, l’eversione, il terrorismo.

Su tutto si poteva scherzare ma non su due o tre cose.

La prima, la Resistenza. Era uno dei valori fondamentali, ad essa guardavamo con devozione e rispetto, immaginando che cosa avremmo fatto noi in quei frangenti. Sentendoci “nani issati sulle spalle dei giganti”. Potevamo noi paragonarci a Pajetta o a Eugenio Curiel? La nostra gratitudine era immensa e allo stesso tempo non abbiamo mai voluto una Resistenza prigioniera del paradigma del fallimento perché non aveva conquistato il socialismo. Ricordi che lo spiegavamo, anche con qualche ceffone pedagogico, a quei saccenti estremisti che ci dicevano che la Resistenza non aveva avuto lo sbocco rivoluzionario per colpa di Togliatti? Guardavamo l’elenco delle formazioni partigiane, gran parte delle quali garibaldine, i nomi dei gappisti, le loro gesta, i caduti. Ed eravamo grati, moltissimo, del loro coraggio e della loro scelta. Di questo ci onoravamo.

La seconda cosa che per noi rappresentava la carta d’identità e dalla quale traevamo legittimazione come partito era la Costituzione. L’ha firmata Terracini, uno di noi, dicevamo spavaldi e orgogliosi! E tra i costituenti ma in ogni dove a costruirla quella Costituzione c’erano stati Togliatti, Longo, Pajetta, Amendola, Negarville, Scoccimarro, Gullo, Renzo Laconi e Velio Spano e Nilde Jotti, Camilla Ravera, Teresa Noce. Quella Costituzione in nome della quale le masse povere e sfruttate lottavano e si battevano, colpiti per questo dalla mafia e dalla repressione, a Portella della ginestra, a Modena, Avola, Reggio Emilia. Ricordi quei manifesti nelle nostre sezioni con l’elenco dei segretari delle camere del lavoro uccisi dal piombo di Scelba?

Il terzo punto che per noi era intoccabile era la figura del segretario generale. Noi avevamo bandito il culto della personalità, guardavamo con fastidio i riti della nomenklatura sovietica. Tuttavia il segretario generale, era figura abbastanza sacrale perchè riconosciuta, rispettata. Ma non si trattava di un padre padrone. Togliatti ad esempio fu messo in minoranza in direzione, Berlinguer non ebbe vita facile con i miglioristi sempre alle calcagna. Però c’era rispetto, passione, amicizia. Ci piaceva Enrico, perché era onesto, un comunista rigoroso e inflessibile. Che parlava al cuore e alle menti. Ci piaceva quell’uomo piccolo che aveva fatto risuonare la sua voce sarda nell’immensa sala del palazzo dei sindacati a Mosca, parlando di democrazia come valore universale. E quanto ci era piaciuto Berlinguer, in quella strenua lotta contro Craxi sulla scala mobile o al fianco degli operai della Fiat. A me personalmente era piaciuta la sua analisi sulla situazione italiana e la proposta del compromesso storico oltre la sua fermezza granitica contro il terrorismo.

Dicevamo: prima l’interesse generale, poi quello di partito. Dicevamo: i sindaci nostri devono essere diversi, diversissimi. Novelli, Valenzi, Zangheri, Petroselli e decine di altri meno noti, erano diversi. La sinistra voleva dire asili nido, trasporti, equità, scuola e sanità pubblici, trasparenza amministrativa. Tra un sindaco della Dc e uno del Pci c’era una differenza antropologica. A Roma ad esempio non potevi non vedere l’abisso tra Darida e Argan o Petroselli. E a Napoli tra il laurismo clientelare rispetto a Maurizio Valenzi.
Ora ti guardo amico mio. E vedo che ingoi tutto, anche il fiele. Ora sei nel Pd, un partito che vuole trasformarsi in Partito della Nazione. Dove Verdini e Alfano possono trovare cittadinanza come te, perché quella formula tutto raccoglie. Gramsci (ricordi?) aveva insegnato che i partiti sono la nomenclatura delle classi. E noi a quel semplice concetto di rappresentanza ci siamo ispirati. Partito con forti connotazioni, di classe ma non solo, che guardava all’interesse nazionale. E ora? A che cosa credi? Magari in qualche vostro circolo avete appeso un ritratto di Berlinguer, incuranti della vostra abissale alterità.
Amico mio che tristezza vedere in tv ministri di un governo il cui premier è pubblicamente lodato dalla Confindustria e dagli organismi finanziari per aver stracciato lo Statuto dei lavoratori e abolito l’articolo 18. Ricordi quante battaglie anche insieme a Cofferati? Tu magari eri li al Circo Massimo con due o tre milioni a dire che Berlusconi era cattivo. Ora invece stai zitto, anzi applaudi all’ondata di licenziamenti, al terribile jobs act, allo smantellamento della scuola e della sanità pubblica. Hai accettato che il tuo premier, figlio di una vischiosa stragione post dc – che dei La Pira nulla aveva ma nemmeno di Moro – frequenti solo industriali e finanzieri. Che attacchi così duramente la Cgil, irridendola e offendendo il sindacato. Arrivando a contestare persino l’Anpi, l’associazione dei partigiani e degli antifascisti con toni orrendi.
E sei arrivato sin qui, fin sulla soglia di un seggio, a guardare chi si batte per la Costituzione con un fastidio irridente. Tu vedi ora la Carta come un orpello del passato, un fastidio, un ostacolo. Ma a che? Alla modernizzazione, assicuri, ripetendo come un pappagallo le baggianate del “basta un Sì” . Alla “velocità” e a chissà a quali altre idiozie. Credi a tutto e non capisci ciò che c’è dietro la revisione costituzionale, non ti rendi conti di quanta prepotenza odiosa si riverserà all’Italia se dovesse passare.

Certo che vederti ora andare a braccetto con Lotti e Boschi, Guerini e Ciaone Carbone, applaudire Renzi e ridere alle sue barzellette, giustificare le sue bugie, non vergognarti delle sue volgarità e della sua arroganza, allora penso che davvero tante cose siano accadute e molte abbiano lasciato un segno. In pratica caro amico, o ex amico a questo punto, tu ti sei arreso. Non vedi orizzonti del cambiamento. Non accetti che qualcuno si batta per costruirlo. Per te tutto ciò in cui abbiamo creduto è vecchio, obsoleto e merita un sorrisino di circostanza. E guardi con ammirazione Renzi e le sue slides, Renzi e le sue gradassate, Renzi e il suo modello di partito conquistato con primarie che puzzavano assai. In pratica, hai tradito.

Comunque amico mio, non tutto è ancora perduto. Ma se passa il tuo livido e cinico crepuscolo politico, sarà certamente un’Italia peggiore. Sei tu il conservatore non io, stai riportando indietro l’Italia di un secolo, anche se 4.0 e con le slide.

Fraterni saluti

Vindice Lecis (http://www.fuoripagina.it/)

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